Percorso storico sull'uso della pietra in Trentino
1.Preistoria
I diversi periodi dell'umanità sono scanditi da altrettante tappe dello sviluppo dell'attività estrattiva.
Prima ancora di diventare agricoltore e allevatore, l'uomo, spinto dalla necessità di procurarsi strumenti idonei alla caccia, fu selettore di pietre, che venivano raccolte dal terreno o estratte dal suolo, come dimostrano le cave preistoriche di selce rinvenute nella provincia di Foggia. Uomini vissuti circa 8000 anni orsono scavarono con dei picconi muniti di punte di pietra i banchi di calcare per recuperare i noduli di selce. Le pietre non furono usate solo come armi, ma anche come materiale da costruzione. L'uomo che trovò rifugio nei ripari sotto roccia o nelle caverne, usò spesso rinforzare o proteggere l'accesso con delle pietre sovrapposte: così nacquero i primi muri a secco. Semplici edifici con mura a secco furono in seguito sostituiti con mura cementate; questo grazie all’utilizzo di leganti naturali come l’argilla e della calce, dando origine ai villaggi che resero più stretti i legami tra gli uomini. Le pietre a frattura naturale furono integrate e sostituite con pietre modellate, facendo dello "scalpellino" una delle prime attività artigianali. In Europa, tra i 6.000 e i 4.000 anni orsono, le civiltà estrassero dalle montagne delle grandi pietre che furono sbozzate per costruire dei monumenti. Questi manufatti sono chiamati dagli archeologi con il termine generico di "megaliti" (= grande pietra) che testimoniano il lavoro ciclopico di intere collettività. Emblematiche sono le statue steli che vennero scolpite sotto forma maschile o femminile.
Circa 10.000 anni orsono, oltre all'uso ormai millenario della pietra, l'uomo iniziò lo sfruttamento di un altro prodotto naturale: l'argilla che consentì lo sviluppo dell'arte della ceramica (terracotta), sotto forma di recipienti domestici, oggetti d'arte, mattoni, coppi ed altro ancora. Nel frattempo nacque la prima attività metallurgica., che nell'arco di alcuni millenni diventò sempre più specializzata. L'uomo scoprì il sottosuolo come bene inestimabile e ne affinò le tecniche estrattive, di sfruttamento e di lavorazione; pietre e metalli diventarono fattore fondamentale dello sviluppo del commercio e della cultura. Con la diffusione dei metalli si svilupparono anche le possibilità d’estrazione e lavorazione delle pietre. In Europa, circa 3.000 anni orsono, l'uomo aprì nel cuore delle Alpi le miniere di salgemma che determinarono la nascita del primo grande bacino estrattivo dell'arco alpino, Hallstatt, e con esso una notevole specializzazione di uomini addetti all'estrazione, originando quella civiltà che per tradizione è capostipite dei minatori europei: i Celti. In Trentino nei primi due millenni avanti Cristo l'attività mineraria preistorica, sia estrattiva che siderurgica, è ben documentata in tutto l'alto Fersina e nella conca perginese. Si può osservare come tutta la terminologia dei periodi preistorici è riferibile ai prodotti dell'attività di estrazione: Età della pietra, Età del rame, Età del bronzo, Età del ferro.
2.Antichità e Medioevo
L’estrazione e la lavorazione della pietra accompagnano tutta la storia dell’uomo e sono espressione di cultura e religiosità, come dimostrano le tradizionali forme architettoniche.
Molte delle nostre conoscenze sulle civiltà del passato si basano sui ritrovamenti di resti di fabbricati, che senza l'uso della pietra, non sarebbero mai giunte a noi (Assiri, Babilonesi, Persiani, Egizi, Cretesi, Greci Romani, Aztechi, Incas, Maia, Cinesi, Cambogiani, Indiani, Tibetani, ecc,).
Gli antichi scritti biblici parlano di 80.000 cavatori impiegati da Re Salomone per la costruzione del Tempio di Gerusalemme con tecniche estrattive e lavorazione che lasciano ancora oggi esterrefatti per la precisione dei giunti di collegamento dei blocchi con pesi fino a 80 ton.
Gli egiziani crearono la struttura montante a trave, i cretesi la volta a cesto, i greci ampliarono la conoscenza sulle colonne e l'architrave, i persiani l'arco a sesto acuto, i romani le cupole. Nell'ultimo millennio l'arte si espresse con toni più monumentali: romanico, gotico, classico, barocco, ecc., con archi a sesto acuto, archi rampanti, colonnati di vario genere, tutte forme architettoniche ben riconoscibili anche sul nostro territorio in chiese, palazzi e castelli che simboleggiano una cultura millenaria.
In ogni epoca e in tutti i continenti la scultura, dalla più raffinata a quella più elementare, ha trovato nelle pietre la sua espressione più elevata e ha dato forma e contenuto anche all'arte attuale.
I primi documenti scritti relativi all'attività estrattiva mineraria del Trentino risalgono al XII secolo e in particolare all'Atto del 1189 con cui l'Imperatore Federico I di Svevia, detto "il Barbarossa", conferì al Principe Vescovo di Trento Corrado di Beseno il diritto di sovranità sulle miniere del Principato. L'attività era così sviluppata che il Principe Vescovo di Trento Federico Vanga nel 1208 sentì la necessità di regolamentare l'attività mineraria con un codice detto "Codice Vanghiano" che costituisce uno dei più antichi Statuti minerari d'Europa.
Sul Monte Calisio (Mons Argentarie), è documentato che già in epoca romana vi era uno sfruttamento minerario che poi si sviluppò pienamente nel Medioevo con la produzione dell'argento estratto dalla galena argentifera. L'argento serviva alla zecca del Principato vescovile di Trento per battere moneta.
Sull'altipiano del Calisio vennero contati, alla fine del 1800, dallo studioso Trener i resti di 20.000 pozzi detti "cadini", per l’estrazione dell’argento.
I minatori operanti nel Trentino giunsero principalmente dalle regioni tedesche di antica tradizione mineraria (Franconia, Harz, etc.) e vennero chiamati dalla popolazione trentina “sibrari” (dal tedesco Siber - argento) o “canopi” (dal tedesco Klppen - scavare). Il flusso migratorio non fu individuale ma interessò gruppi già organizzati, i quali contrattarono in anticipo le condizioni lavorative e giuridiche.
Come si può rilevare nel Codice Vanghiano, eccetto i tributi minerari, essi furono esenti da qualsiasi altra imposizione e non furono tenuti a riconoscere altra autorità che quella del Vescovo, tanto che i minatori costituirono una comunità completamente autonoma all'interno della comunità territoriale.
Nonostante la loro povertà, i minatori costituirono, in quanto gruppo, una delle corporazioni più potenti, sia per i privilegi di cui godevano che per l’elevato senso della dignità professionale, per questo furono insostitutibili; queste confraternite costruirono chiese, case, ospedali, scuole, ecc. e intervennero in tutti gli aspetti della vita sociale del tempo.
3. Dal 1500 al 1800
L’estrazione e la lavorazione della pietra accompagnano tutta la storia dell’uomo e sono espressione di cultura e religiosità, come dimostrano le tradizionali forme architettoniche.
Molte delle nostre conoscenze sulle civiltà del passato si basano sui ritrovamenti di resti di fabbricati, che senza l'uso della pietra, non sarebbero mai giunte a noi (Assiri, Babilonesi, Persiani, Egizi, Cretesi, Greci Romani, Aztechi, Incas, Maia, Cinesi, Cambogiani, Indiani, Tibetani, ecc,).
Gli antichi scritti biblici parlano di 80.000 cavatori impiegati da Re Salomone per la costruzione del Tempio di Gerusalemme con tecniche estrattive e lavorazione che lasciano ancora oggi esterrefatti per la precisione dei giunti di collegamento dei blocchi con pesi fino a 80 ton.
Gli egiziani crearono la struttura montante a trave, i cretesi la volta a cesto, i greci ampliarono la conoscenza sulle colonne e l'architrave, i persiani l'arco a sesto acuto, i romani le cupole. Nell'ultimo millennio l'arte si espresse con toni più monumentali: romanico, gotico, classico, barocco, ecc., con archi a sesto acuto, archi rampanti, colonnati di vario genere, tutte forme architettoniche ben riconoscibili anche sul nostro territorio in chiese, palazzi e castelli che simboleggiano una cultura millenaria.
In ogni epoca e in tutti i continenti la scultura, dalla più raffinata a quella più elementare, ha trovato nelle pietre la sua espressione più elevata e ha dato forma e contenuto anche all'arte attuale.
I primi documenti scritti relativi all'attività estrattiva mineraria del Trentino risalgono al XII secolo e in particolare all'Atto del 1189 con cui l'Imperatore Federico I di Svevia, detto "il Barbarossa", conferì al Principe Vescovo di Trento Corrado di Beseno il diritto di sovranità sulle miniere del Principato. L'attività era così sviluppata che il Principe Vescovo di Trento Federico Vanga nel 1208 sentì la necessità di regolamentare l'attività mineraria con un codice detto "Codice Vanghiano" che costituisce uno dei più antichi Statuti minerari d'Europa.
Sul Monte Calisio (Mons Argentarie), è documentato che già in epoca romana vi era uno sfruttamento minerario che poi si sviluppò pienamente nel Medioevo con la produzione dell'argento estratto dalla galena argentifera. L'argento serviva alla zecca del Principato vescovile di Trento per battere moneta.
Sull'altipiano del Calisio vennero contati, alla fine del 1800, dallo studioso Trener i resti di 20.000 pozzi detti "cadini", per l’estrazione dell’argento.
I minatori operanti nel Trentino giunsero principalmente dalle regioni tedesche di antica tradizione mineraria (Franconia, Harz, etc.) e vennero chiamati dalla popolazione trentina “sibrari” (dal tedesco Siber - argento) o “canopi” (dal tedesco Klppen - scavare). Il flusso migratorio non fu individuale ma interessò gruppi già organizzati, i quali contrattarono in anticipo le condizioni lavorative e giuridiche.
Come si può rilevare nel Codice Vanghiano, eccetto i tributi minerari, essi furono esenti da qualsiasi altra imposizione e non furono tenuti a riconoscere altra autorità che quella del Vescovo, tanto che i minatori costituirono una comunità completamente autonoma all'interno della comunità territoriale.
Nonostante la loro povertà, i minatori costituirono, in quanto gruppo, una delle corporazioni più potenti, sia per i privilegi di cui godevano che per l’elevato senso della dignità professionale, per questo furono insostitutibili; queste confraternite costruirono chiese, case, ospedali, scuole, ecc. e intervennero in tutti gli aspetti della vita sociale del tempo.
I GIORNI NOSTRI
Fino alla fine degli anni ’50 le cave erano considerate un bene per la comunità, poiché consentivano entrate a molti comuni che mancavano di altre risorse naturali e possibilità di occupazione per gli abitanti, tanto che il Comune di Ala concedeva un premio del 10% dei proventi d’affitto derivanti a chi scopriva giacimenti di marmo utilizzabili. FOTO: vecchia cava di grigio perla nel Comune di Ala Le antiche tecniche d’estrazione della pietra sono ancora oggi utilizzate a fianco di moderni attrezzi idraulici o elettrici: • scalpelli e martelli o dei cunei (anticamente di legno, oggi di acciaio) utilizzando le linee di fessura naturali della roccia; • leve per il distacco e il sollevamento delle lastre; • utilizzo del fuoco per la rottura della roccia (oggi come taglio nelle rocce siliciche); • gli antichi argani di legno sostituiti da impianti metallici che utilizzano gli stessi principi. Alla fine degli anni ’40 veniva introdotto nelle cave l’uso del martello pneumatico, solo all’inizio degli anni ’50 comparvero pale e camion e con gli anni ’80 il filo diamantato. FOTO: uso del martello pneumatico assieme ai “vecchi” cunei Tutto lo sviluppo edilizio ha da sempre trovato nella pietra naturale o negli aggregati l’elemento più naturale e gradevole; le nuove tecnologie, quali lamellare, metalliche e plastiche, presentano costi di manutenzione e durabilità non paragonabili. Anche la percorribilità delle strade di collegamento e il conseguente sviluppo dei commerci e dei rapporti tra i popoli ha richiesto l’utilizzo di pietre, unico tipo di pavimentazione che consentisse adeguata stabilità. Pavimentazioni tradizionali, come l’acciottolato, il selciato, il lastricato, la massicciata, il battuto di terra, hanno tradizioni antiche e tutt’oggi trovano adeguati utilizzi nei restauri nei centri storici mentre le grandi vie di collegamento trovano più adeguate pavimentazioni con pietra frantumata sotto forma di conglomerato bituminoso. Gran parte dell’industria dipende dalle sostanze minerali ricavate dalle pietre. Per esempio senza il silicio, il componente principale delle rocce magmatiche, non esisterebbe gran parte della strumentazione elettronica, compreso il computer. Norme sempre più dettagliate definiscono i campi d’impiego delle varie pietre e ne stabiliscono caratteristiche d’impiego e modalità d’uso; l’investimento delle aziende in tecnologie di produzione e di controllo della qualità dei prodotti è sempre maggiore. L’importanza che svolge l’attività di estrazione e lavorazione dei materiali da costruzioni nell’ambito della provincia di Trento è evidenziata in molte pubblicazioni di indagini statistiche ed economiche. Per mantenere i riferimenti ad epoche recenti, nella voluminosa indagine diretta dal Prof. Umberto Tacchi “L’economia industriale della Regione Trentino Alto Adige” commissionata dalla Regione Trentino Alto Adige – 1958 – in una specifica monografia su “Le industrie dei materiali da costruzione”, curata da Giuseppe Barbieri, viene evidenziato come la Regione e il Trentino in particolare era caratterizzato da una “…fitta trama di un settore produttivo, quello dei materiali da costruzione, molto diffuso e strettamente legato alle condizioni naturali e umane dell’ambiente. Più che di una vera e propria industria, si tratta di un insieme di attività che assumono talora forme industriali, ma più spesso conservano struttura artigianale e familiare, attività alle quali partecipa non solo la popolazione urbana ma anche quella della montagna…” Il Barbieri prosegue la sua analisi indicando come “… l’industria dei materiali da costruzione è tra le più legate alle condizioni dell’ambiente… perché l’uomo per costruire le proprie case è strettamente soggetto alla natura del suolo e alla vegetazione infatti se si osserva la casa del montanaro e anche quella cittadina si nota come esse rispecchino valle per valle quali sono o quali erano le risorse locali di suolo e di bosco.” L’utilizzo dei materiali da costruzione e la sua estrazione si perde dunque nella storia e ha seguito tutta l’evoluzione dell’uomo e come dice Barbieri “…il quadro attuale dell’organizzazione produttiva risente di un lavoro e di un adattamento di secoli… le attuali cave, le fornaci, gli stabilimenti odierni sono spesso il risultato di lente trasformazioni di imprese precedenti, vecchie talvolta di secoli…”. FOTO: fontane in granito a Storo La tendenza a contrapporre CAVE ad AMBIENTE non fa certo parte della tradizione storica trentina, quanto piuttosto di una cultura illuminista, d’importazione urbana, che deve per forza contrapporsi a qualcosa o a qualcuno per trovare adeguate ragioni di affermarsi. Tutta l’abbondante attività estrattiva sviluppatasi per secoli nella nostra Provincia è sempre stata considerata dalle nostre popolazioni come una risorsa “donata” e come tale non era in contrapposizione a niente e a nessuno tanto che importanti siti estrattivi storici si sono completamente reinseriti nel contesto ambientale da non risultare più rintracciabili o hanno trovato possibilità di recenti reimpieghi come aree sportive e discariche controllate. FOTO: recupero di una vecchia cava per la costruzione del campo sportivo di Mori Andiamo verso il 2000 con il bagaglio di una millenaria tradizionale e la consapevolezza che il nostro lavoro avrà ancora un ruolo primario per fornire cultura e prodotti allo sviluppo della civiltà umana, uno sviluppo che sia, certo, sempre più sostenibile ma che non per questo venga blindato, censurando tutto ciò che viene considerato “di disturbo”; un esempio lo fornisce la recente scoperta italiana di una pila a base di magnesio con durate centuplicate rispetto alle attuali e senza produzioni di scorie che potrebbe trovare negli abbondanti giacimenti di dolomia presenti sul territorio la materia prima per essere prodotta. L’attività estrattiva dovrà necessariamente strutturarsi come una vera attività industriale e come tale organizzata in maniera tale da permettere occupazione stabile, investimenti strutturali, tecnologie di lavorazione avanzate, adeguati sistemi di sicurezza, controllo ambientale e condizioni di lavoro salubri. Questo comporta una attività integrata a cascata dove si possa offrire al cliente prodotti di qualità, adeguati alle specifiche esigenze, accompagnati dai servizi di assistenza necessari, nel contesto di un sistema di qualità aziendale corrispondente alle normative europee e alle esperienze in atto in altri paesi. Una sempre maggiore attenzione dovrà essere portata all’ambiente che circonda le attività, un monitoraggio continuo, l’uso d’adeguati strumenti e servizi (vedi Società convenzionate) e una sempre maggiore attenzione alla qualità dei prodotti forniti (vedi certificazione ISO 9000) e impatto ambientale (ISO 14000).